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Castelvetro di Modena

è un grazioso paese di origini medioevali, ac-

coccolato sui primi contrafforti dellʼAppennino Tosco-Emiliano.

Lì sono nato. O meglio, lì sarei nato se un bizzarro gioco del destino

non avesse portato i miei genitori a vivere in Abissinia gli anni dellʼan-

teguerra ed a mettere al mondo, nel lontano 1940, il primo bimbo bian-

co che si sia visto a quelle latitudini.

Castelvetro custodisce comunque le mie origini e i ricordi di unʼinfanzia

vissuta nellʼincanto di quelle colline, dopo un avventuroso rientro dallʼA-

frica sotto i bombardamenti.

Castelvetro ha tenuto a battesimo anche il mio primo incontro con

quello che sarebbe stato il

filo rosso

della mia vita di lavoro: il vino.

Meglio dire, forse, il buon vino!

Un goccino di tanto in tanto a tavola perché “fa buon sangue”, una dose

più abbondante col caffè dʼorzo quando mancava il latte per la cola-

zione del mattino, qualche bottiglia rubacchiata dalle cantine del nonno

insieme ai miei compagni di gioco, vivaci ed un poʼ scapestrati come

me e subito… ridotte allʼimpotenza!.

Di quale vino? Ma del solo che si produca da quelle parti! Il

Lambrusco

Grasparossa di Castelvetro

, che si conquisterà poi la Denominazione di

Origine Controllata ed una meritata fama di eccellenza tra i vari tipi di

Lambrusco dellʼEmilia.

In bella vista alcune bottiglie di amabile lambrusco, sangue dʼEmilia

Di antiche origini, questo vitigno si definisce “Grasparossa” per il colore

rosso acceso del raspo. Come il peduncolo del Refosco, per intenderci

e… “friulanamente” parlando.

Ne viene un bel rosso intenso ed acceso, brioso, con una schiuma fine

dai riflessi violacei. Il sapore pieno, vinoso con note di more e frutti di

bosco ed il finale piacevolmente asciutto lo rendono ideale compagno

dei cibi un poʼ grassi di queste terre: Tortellini, Tortelli, Pasticcio di

Lasagne, Salumi con Gnocco Fritto, Zampone e compagnia cantando.

Ci credo molto, al punto da convincere la famiglia ad imbottigliare e far

conoscere agli appassionati il Grasparossa della nostra azienda agri-

cola “

Tenuta Pederzana”.

E non sono mancate le soddisfazioni come i

90 punti attribuiti da

Robert Parker

su

The Wine Spectator

, una sorta di

Bibbia dei vini del mondo.

Negli anni Cinquanta la famiglia si trasferisce nel Veneto Orientale ai

confini con il Friuli, appena “

di ca da lʼaghe”,

a

Villanova di Fossalta di

Portogruaro

, ove uno dei grandi imprenditori di quellʼepoca dʼoro, il

Conte Gaetano Marzotto, creava un importante complesso agricolo-

industriale.

Lì vivo la mia adolescenza ed il seguito, molto più sostanzioso, della

mia avventura nel mondo del vino. La prematura scomparsa del Papà

e la presenza di due fratelli più piccoli trasformano lo studentello in

capo-famiglia e gli impongono di trovare il primo impiego.

Dove? Ma in una cantina ovviamente! Lʼappena nata Santa Margherita,

che diverrà famosa nel mondo per il lancio di un bianco sino ad allora

sconosciuto: il Pinot Grigio.

E quello che poteva rimanere un hobby, magari stimolato dalle abitudini

decisamente friulane dei portogruaresi (loro le chiamano “

ombre”,

ma la

musica è la stessa…) si trasforma prima in lavoro e poi in passione.

Nel frattempo unʼaltra passione, quella per Clara, udinese purosangue,

viene ad accentuare la mia “

friulanità”

: ci sposiamo nel ʼ67!

Sapendo di questi miei trascorsi, gli Amici del

Fogolâr, s

empre vivaci e

ricchi di idee, mi chiedono di tentare una descrizione delle impressioni

provate, sempre dal punto di vista vinicolo, nel passaggio dallʼEmilia al

Friuli. Eʼ una parola! Va bene che Il Grasparossa è un signor vino, ma è

desolatamente solo, almeno nel modenese. Dicono che il Primo Amore

non si scorda mai, ma è la storia di Davide e Golia.

Il Friuli rappresenta un universo vinicolo così vario, complesso e pre-

stigioso da non temere confronti in Italia e forse al mondo.

Dal

Collio alle Grave

, dai

Colli Orientali

allʼ

Isonzo, ad Aquileia

e giù sino

a

Latisana.

Eʼ un rincorrersi dei terreni più disparati e generosi. Colline

ora dolci ora impervie ma sempre ben esposte. Terrazzoni formati nei

secoli dai ciotoli del Tagliamento e del Meduna, che salgono gradual-

mente dal pordenonese verso le Prealpi Bellunesi, sino a trovare quelle

escursioni termiche così importanti per fare uva di qualità.

E i vini? Anche volendo lasciar da parte i grandi vitigni “importati” di

recente dalla Borgogna, dal Bordolese o dallʼAlto Adige come

Chardon-

nay

,

Sauvignon, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Traminer, Pinot Nero, Mer-

lot e Cabernet

e perfettamente acclimatati.

Anche volendo fare i puristi e considerare soltanto le uve autoctone, si

può spaziare dalla rotonda eleganza del

Tocai

(ora

Friulano

perché in

sede CEE ci siamo fatti scippare la denominazione dagli ultimi arrivati

ungheresi…) alla pepata vivacità della

Malvasia Istriana

, dalla nobile

compostezza della

Ribolla Gialla,

alla dolce suadenza del

Ramandolo

ed allʼincredibile, raro

Picolit.

E che grandi rossi!

Refosco, Pignolo, Tazzelenghe

e

Schioppettino

of-

frono unʼaffascinante sinfonia di profumi, di sapori, con svariate possibi-

lità di esaltare le specialità della cucina friulana e non solo.

E allora? E allora tanto di cappello! Devo metter da parte lʼorgoglio delle

mie origini e riconoscere la superiorità vinicola delle terre friulane. Per

quanto bravo, un solista non può farsi preferire ad una grande orche-

stra. Punto.

A costo di annoiarvi, vorrei aggiungere due riflessioni.

Avete mai notato lʼarmonia che lega, in ogni regione, personalità degli

abitanti, cibi tipici, caratteristiche dei vini e persino profilo dei paesaggi,

per non parlare del clima ovviamente?

Prescindendo per un attimo dal Friuli, vediamo un esempio abbastanza

vistoso

Andiamo in Piemonte. Colline dallʼincedere aspro ed alte cime, pianure

fredde e spesso nebbiose. I cibi sono buonissimi, ma duri, piccanti, de-

cisi. Ed i vini? Possenti, ricchi di tannino e di acidità, chiusi, tanto che

è consigliabile stapparli in anticipo:

Barolo, Barbera, Barbaresco

e

Nebbiolo.

E loro, i Piemontesi, come sono? Chiusi, orgogliosi, duri e dif-

fidenti. Appunto.

Una bella visone dei monti innevati, incoronati da gustosi grappoli

I miei conterranei Emiliani vivono invece tra piane rigogliose, colline

dolcissime e ricche di colori. Sono chiacchieroni, curiosi, spesso allegri

e “attaccabottoni”. Se passeggi per i paesi non è raro che qualcuno ti

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La Vos dal Fogolâr_______________________________

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,

di Massimo Gibellini