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fermi e ti voglia conoscere. “

Teroni del Nord”

li definisce mia moglie.

Mangiano cibi vivaci, saporiti, ricchi di aromi e di spezie. E cosa bevo-

no? Già lo sappiamo: il Lambrusco, frizzante, vivace e gioioso. Ne più

ne meno ome loro.

Di qui il secondo pensiero, in qualche modo collegato.

Torno al tema Emilia-Friuli per dire che le due zone non si differenziano

solo per le varietà e le diverse emozioni che donano i rispettivi vini.

Io fui altrettanto colpito dal diverso, quasi opposto, approccio al con-

sumo dei Friulani.

La globalizzazione sta lentamente cambiando le cose, ma, ai miei

tempi, gli Emiliani bevevano il loro Lambrusco quasi esclusivamente a

pasto. I pochi trasgressori erano guardati di traverso, neanche fossero

ubriaconi.

In Friuli invece, come del resto in tutto il Veneto Orientale, il vino si

beve soprattutto fuori casa, nelle varie

farmacie dei sani

. Un

tajut

tira

lʼaltro, ognuno offre un giro, lʼatmosfera diventa calda, gioiosa, la con-

versazione e le battute scoppiettano, come lʼaccenno a qualche

vilotta

,

più o meno intonata, in senso inversamente proporzionale al numero

delle bevute.

Il vino, come ben dicevano i nostri vecchi, è vita e si fa protagonista di

socializzazione e di nuove conoscenze.

Anche le caratteristiche organolettiche dei vini friulani sono in sintonia

con queste abitudini. Alcool generoso, profumi accattivanti e per niente

stucchevoli, gusto pieno e rotondo.

A la salût, alore!

Massimo Gibellini

Caro amico, quasi… conterraneo,

complimenti per lo scritto, bello, storico, aggregante, appassionato,

anche se leggermente… alcoolico! Ma tantʼé!

Perché dico ”quasi conterraneo”?

Perché negli anni 1935-39 mio papà, il Capitano del Genio Renato

Rossini era residente ad Asmara, con mia madre, dove lui costruiva

strade per lʼImpero. Nel 1936, nacque la mia sorellina Vera, che però

morì a 6 mesi per una malattia che mia madre definiva: “della spina

dorsale”. Probabilmente oggi si sarebbe definita “Midollo osseo malato”.

Eʼ rimasta laggiù, ospite del cimitero di Asmara.

Nel 1937, in previsione della mia nascita (che avvenne il 5 marzo 1937)

mia madre venne fatta rimpatriare a Udine; “

Signora cʼè aria più buona,

torni a Udine

”, la consigliò il medico, opportunamente, e così io vidi la

luce in Friuli.

Chi fu quindi il primo nato “bianco” di laggiù, tra noi due? Da definire;

più facilmente davanti ad una complice bottiglia e a qualche “Ombra”,

come ben indicato poco sopra con quel fragrante ed invitante bicchiere

di “Nero” o “Rosso” che dir si voglia..

A proposito sai cosa si è usi dire nelle terre trevisano-veneziane? Si usa

il termine ”Ombra” invece del “Tajut” o del più semplice “Bianco?

I vecchi ci hanno tramandato un simpatico e convincente adagio che

così recita: “

Eʼ meglio unʼombra a 30 gradi che 30 gradi allʼombra

”. Un

poʼ mattacchioni, vero, i “Frascaroli”! Io però concordo in pieno e aderi-

sco allʼidea con entusiamo e con la bocca arsa di sete.

Mi è piaciuto questo Tuo adattarti ad una regione per molti versi diversa

dalla Tua. Sicuramente lʼambrato liquido ha facilitato lʼadattamento. Poi

il resto lo avrà fatto la Clara, che in sintonia col detto friulano: “

La femi-

ne ten su tre cjantons de cjase

” ha potuto tenere su anche… Te.

Scherzi a parte Ti sei friulanizzato proprio bene! Bravo.

E ricordo quanto raccomandato dalla tabella che segue:

.

Medita caro amico, medita!





, di G. Del Fabbro

La domanda, inutile negarlo, è vagante, aleggia intorno e spesso ti si

presenta: come mai tanti “Fogolârs furlans” in giro per tutto il mondo? Li

troviamo, è un dato di fatto, in tutti i cinque continenti.

Una mattina, direi una bella mattina, restai senza parole; meravigliato è

dir poco: trafficando col computer mi passa davanti unʼimmagine “Fogo-

lâr Furlan di Tokyo” come si dice, cliccai e potei ascoltare e vedere il

concerto da parte di un apprezzato coro di giovani universitarie giappo-

nesi, con un esteso repertorio di tutte canzoni friulane. Era innegabile

che alla base di quel capolavoro giapponese vi dovesse essere stato

lʼoperato del Fogolâr del posto.

Ebbene a questo punto la solita domanda, non solo mi si presentò, ma

era così impellente da esigere una risposta! Così mi son dovuto impe-

gnare per dare, una mi pareva poco, qualche risposta sensata.

Senza dubbio, come si suol dire: la cultura, la tradizione, la storia di un

popolo, è una risposta che ha fondamento. Unʼaltra risposta che può

trovar posto sta nel fatto che, nel tempo, il popolo friulano, non certo per

scelta, ma obbligato dalle contingenze, si è dovuto adeguare ad una

continua emigrazione, per cui i friulani li trovi ovunque in tutto il mondo.

Altra risposta che entra di diritto nella questione è da ricercarsi nella

natura tipica che contraddistingue i friulani: ingegnosi, versatili, operati-

vi, competenti, e soprattutto laboriosi; incapaci di perder tempo.

Una conferma di quanto detto, la possiamo avere ricordando il post

terremoto, ancora adesso portato ad esempio. Ho un ricordo ancora

nitido da bambino, anche perché fu un avvenimento per il piccolo pae-

se, quando tornarono dal Canada alcuni giovanotti con in tasca una

piccola fortuna, dopo solo qualche anno di lavoro. Li sentii dire con

orgoglio: “abbiamo fatto vedere loro come si lavora nel bosco”.

Così le iniziative dei friulani producevano opere utili, ammirate ed ap-

prezzate in ogni campo ed in ogni luogo. Pertanto, per lʼindole creativa

inarrestabile, sempre in attività, concretizzare unʼAssociazione che

ricordasse la loro terra era la cosa più semplice e naturale.

Senza dubbio, fino a qui, si possono definire risposte sensate, ma si-

curamente non esaustive tanto da giustificare il fenomeno Fogolârs

Furlans nel mondo.