Background Image
Table of Contents Table of Contents
Previous Page  18 / 20 Next Page
Basic version Information
Show Menu
Previous Page 18 / 20 Next Page
Page Background

18

Anno 810 d.C..

La vita delle lagune venete, dove risiedeva dal 730 un duca nominal-

mente sottomesso al governo imperiale di Bisanzio, è gravemente al-

larmata. I Franchi hanno fatto rivivere l’estinto Impero Romano d’Occi-

dente; il loro re, Carlo Magno, ha ricevuto la corona imperiale a Roma,

dalle mani del Papa, la notte di Natale dell’anno 800. Ora una forte

squadra navale agli ordini di suo figlio Pipino, re d’Italia, veleggia verso

la Venezia marittima.

Carlo Magno non può ammettere che su quelle strisce di terra, su quel-

le isole, su quelle acque silenziose si accampi una sovranità che gli è

rivale, quella dell’imperatore d’Oriente. Ma gli abitanti, assieme a quelli

di Eraclea, Torcello, Equilio si sono arroccati negli isolotti di Rialto da

dove organizzano febbrilmente la vittoriosa resistenza, dovuta anche al

fatto che la squadra di Pipino, composta da grosse navi, è sorpresa dal-

la bassa marea nel dedalo dei canali, incagliata ed immobilizzata.

Fatto sta che Pipino deve - alla fine - ritornarsene dal babbo Carlo Ma-

gno con le pive nel sacco e da questa ritirata scaturirono due conse-

guenze di grande portata: la prima è che i Veneziani decisero di inse-

diare la loro capitale nella Venezia insulare di oggi; la seconda che un

trattato tra i due imperatori, orientale e occidentale, garantiva l’alta so-

vranità di Bisanzio sul ducato lagunare.

E ciò fissava definitivamente la vocazione di Venezia a espandersi nella

navigazione e nei commerci, a essere il tramite naturale degli scambi

fra Oriente e Occidente, anziché il paesotto agricolo - posto in mezzo a

terre divise da feudi e coltivate a cereali - che sarebbe fatalmente diven-

tata se fosse stata aggregata all’impero dei Franchi di Carlo Magno.

Anno 829: due mercanti veneziani trafugano in Alessandria d’Egitto il

corpo di San Marco Evangelista e, dopo una lunga e perigliosa naviga-

zione, il 25 aprile 829 la nave raggiunge Venezia, accolta da tutte le au-

torità. Questo avvenimento era destinato ad avere un’incalcolabile por-

tata storica.

La presenza delle ossa dell’Evangelista, compagno e discepolo dell’a-

postolo Pietro, darà a Venezia una coesione spirituale che durerà oltre

mille anni. Sugli stendardi, sulle lapidi, sulle pietre sparse per il mondo il

leone di San Marco apparirà d’ora in poi come il simbolo della potenza

veneziana (Io sono el gran leon, Marco m’appello, disperso andrà chi

me sarà rubello).

I veneziani che dovunque arrivavano piantavano il simbolo dell’Evan-

gelista in segno di conquista e saranno chiamati anche “pianta leoni”,

come gli inglesi di un tempo con la loro “Union Jack”,

Sul libro aperto che il leone regge con la branca destra si leggerà la

frase della profezia “Pax tibi Marce Evangelista meus”. Il leone potrà

essere “

andante

” oppure in “

moleca

”, cioè raccolto su se stesso (come

un granchio che in veneziano si chiama appunto moleca) oppure con le

ali spiegate attorno.

Sulle bandiere di

guerra però il libro

sarà raffigurato chiu-

so e l’altra branca

brandirà fieramente

una spada nuda.

Intorno al corpo di

San Marco sorgerà

una delle più belle

chiese della cristiani-

tà, la basilica di San

Marco: una chiesa,

manco a farlo appo-

sta, nella quale le

forme orientali tipiche

dello stile bizantino si

sposeranno con in-

credibile armonia alle

forme nordiche del

gotico fiorito.

La città si sviluppa

sugli isolotti realtini e

diventerà una metro-

poli mondiale, un

grande porto, un

grande arsenale, un

grande emporio. Di-

venterà un grande

centro industriale dove si tingeranno i panni, si tesseran-

no le sete, si soffieranno i vetri, si lavoreranno i preziosi; un grande

centro turistico. Diventerà la città dell’arte e delle costruzioni di ogni tipo

di navi, nel suo meraviglioso Arsenale.

La Repubblica di Venezia, detta anche la “

Repubblica dei Castori”,

ela-

borerà una costituzione originalissima, quasi perfetta nel suo genere, un

regime parlamentare in cui l’intersecarsi di decine di magistrature, tutte

collegiali e temporanee, intese in modo che nessuna possa prevalere e

tutte cooperino tra loro controllandosi a vicenda, impedirà per sempre

l’avvento di dittature.

I suoi cittadini matureranno uno stupefacente senso dello Stato. Persino

l’orgogliosa aristocrazia porrà a sé stessa ogni sorta di limitazioni; un

governo di nobili imporrà alla nobiltà una disciplina e un rispetto delle

leggi che nessun altra casta privilegiata si vedrà mai imporre. La ragio-

ne di Stato farà sentire una voce preponderante nei consigli e nelle

coscienze e per molti personaggi perseguitati, a cominciare da Galileo,

Venezia sarà la città della libertà e in nessun altro luogo il tribunale

dell’Inquisizione farà cosi pochi affari come in questa città.

A Venezia inoltre si stamperanno le opere dei riformatori protestanti, dei

filosofi condannati da Roma e dei libellisti scampaforche come Pietro

Aretino.

E’ difficile rendersi conto, paragonando le immense estensioni delle

grandi potenze di oggi, di quanto fosse considerevole l’entità territoriale

dell’impero che Venezia si era costruito quando il Doge portava i titoli di

Duca di Dalmazia e Croazia ed erano veneziane l’Istria, le isole Ionie e

quasi tutte le isole dell’Egeo, Creta compresa; non mancava l’Eubea e

quasi tutti i porti dell’Epiro, dell’Attico e del Peloponneso, oltre il regno

di Cipro.

Però (altra singolarità di Venezia) anche dopo che il suo potere colonia-

le era stato formalmente riconosciuto, all’infuori di una sottile fascia

costiera da Chioggia a Jesolo, a Caorle, a Latisana, a Marano, e a Gra-

do la Madre Patria, che irradiava tanto potere su un mondo così vasto,

si limitava alla città e alla laguna; all’apogeo della sua espansione, il

dominio territoriale di Venezia in terra ferma arrivava solo fino a Mestre.

La massima su cui Venezia aveva costruita la propria grandezza era

riassunta nel precetto popolare “

coltivar el mar e lassar star la terra

”.

Il commercio e la finanza veneziana arrivavarono in Siria, in Giordania,

nell’Iran, in India, in Cina, in Giappone, in Russia, in Arabia, a Cadice,

Anversa, Bruges e Londra. E si armavano ogni anno diverse centinaia

e centinaia di navi con ben trentamila marinai a bordo.

La fine della Repubblica di Venezia avvenne in circostanze un po’ pe-

nose nel panico suscitato dall’inattesa sequenza di vittorie che aveva

portato Napoleone Bonaparte, l’uomo del destino, a battere piemontesi

ed austriaci ed a presentarsi minaccioso sulla laguna di Venezia.

E così finiva l’esistenza di Venezia quale stato sovrano.

Un periodo di breve dominazione francese (con inutili brutalità) sarà

seguito da otto anni di dominazione austriaca, poi da sette anni disa-

strosi di dominio del regno italico di obbedienza napoleonica (con

spogliazioni e devastazioni irreparabili dei tesori d’arte). Poi ancora

l’Austria per quarantatre anni, un governo burocraticamente rigido e

corretto che si sforzerà, però, di cancellare le ultime memorie della

sovranità veneziana. Poi l’annessione all’Italia.

Ma per Venezia, settanta anni dopo la caduta della Repubblica, era

come se fossero passati sette secoli.

Gian Pietro Piccoli

_______________________________

La Vos dal Fogolâr________________________________________________________________________________________________________________________________

Sua Serenità Venezia: mille anni di buon Governo

di Gian Pietro Piccoli