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Non ricordo chi abbia individuato per primo i locali di Vicolo Dietro San

Andrea: il luogo appariva felicemente ubicato, facile da raggiungere sia

con mezzi propri che pubblici, stante il traffico urbano di fine anni ʼ70,

ancora a misura dʼuomo. Si trattava di unʼampia superficie che si pote-

va prestare a tanti utilizzi.

Quando il Consiglio Direttivo al completo si recò a prendere visione, del

locale lʼimpressione riportata destò tante perplessità, trovandoci di fron-

te ad uno sconcertante squallido abbandono. I locali, da diverso tempo

disabitati, lasciavano ampiamente a desiderare: servizio igienico ed im-

pianto elettrico fatiscenti, pavimento della sala principale in cemento, in

più punti deteriorato, muri sporchi e scrostati, con crepe e fessure

dʼincerta e misteriosa profondità, vetri rotti ed infissi alquanto trascurati.

Insomma un mezzo disastro!

Lʼultimo inquilino aveva adibito i locali a deposito di materiali, chiara-

mente rilevabile dal residuo di sporcizia ritrovato.

Seppi in seguito, da un amico che aveva abitato per diversi anni un

appartamento sovrastante, che - in precedenza - lo stesso ambiente e-

ra stato adibito a luogo di aggregazione sociale di ex-detenute a fine

pena.

Nei pomeriggi dʼestate, a finestre aperte, dal vociare a tono alto di quel-

le ospiti lui aveva appreso le più colorite contumelie, come se avesse

frequentato unʼAccademia della Parolaccia!

Le nostre considerazioni e obiezioni però durarono poco; prevalsero

senza troppi indugi le ragioni dʼopportunità: ampi spazi disponibili, po-

sizione centrale, canone dʼaffitto impegnativo, ma non esoso, voglia di

avere finalmente una sede.

Il canone dʼaffitto prevedeva però che ogni lavoro di sistemazione e

resa operativa dei locali fosse a nostro carico. Dopo pochi giorni, consi-

derato lʼentusiasmo (e non esagero!) che ci animava, in una riunione

allargata a quanti avevano dichiarato di volersi e potersi impegnare in

lavori manuali, furono assegnati i rispettivi compiti in merito

.

Ecco al lavoro Valerio Boria ed Ermanno Colosetti – muratori tutto fare – elettricisti,

imbianchini e chi più ne ha più ne metta.

La prima cosa da fare era la demolizione del pavimento della sala

dʼingresso per poter dare subito dopo lʼavvio ai ripristini necessari. Ci

assumemo lʼincarico di frantumare il pavimento io e Carlo Felice: io

perché volevo far qualcosa e più di rompere non avrei saputo fare altro;

Carlo per “compassione” verso il sottoscritto a ragione della fatica di un

lavoro improbo, da farsi solo a mano con “picco” e olio di gomito ed in

tempi brevi.

Per qualche settimana, finito lʼorario dʼufficio, raggiungevo velocemente

la sede novella, in vicolo Dietro San Andrea; qui, tolte giacca e cravatta,

in tenuta estiva da manovale, con berretto di carta in testa, assieme a

Carlo, menavamo con la mazza botte da orbi sulla spessa e logora get-

tata di cemento. Duro il cemento, sapete! E il giorno dopo i muscoli…!

Non essendo quello il mestiere di nessuno dei due, le energie a dispo-

sizione erano inferiori allʼentusiasmo che ci animava. Così ci alterna-

vamo spesso allʼattrezzo, specialmente dopo un colpo vibrato appena

un poʼ storto, restando così ben rintronati dal ritorno della vibrazione.

Il giorno dopo, al reciproco lavoro, sembravamo un poʼ zombi, pieni di

dolori e doloretti un poʼ dovunque. Fummo, però, bravi perché riuscim-

mo a non farci male dandoci qualche mazzata su piedi o gambe.

Terminato questo lavoro, Silvano Munini iniziò i lavori in muratura che

incombevano. Anche lui, appena lasciato il cantiere di lavoro, arrivava

trafelato e impaziente di affrontare uno dei tanti interventi di sistemazio-

ne che aveva già programmato e che non erano certamente pochi, visto

lo stato dei locali.

Era un “Fulmine di guerra”, Silvano Munini, in fatto di rapidità!

Preparata la malta necessaria, sistemava a colpi di cazzuola mattoni

forati e calce con una velocità e precisione eccezionali. Un paio di volte

gli proposi di fargli da manovale: non facevo in tempo a porgergli il ma-

teriale necessario che già lui lʼaveva sistemato, mentre mi richiamava

ad una più veloce collaborazione.

“Spessee! Spessee!” (Sbrigati. Sbrigati!).

Munini costruì anche lo “Spolert” della cucina, cioè la classica stufa.

Lo spolert pronto allʼuso!

Sistemati i muri, Valerio Boria e Franco Fantini riportarono a nuovo in

ogni locale lʼimpianto elettrico. Gli stessi Valerio e Franco sʼattivarono

per la tinteggiatura dei muri: qui, la mia opera, dopo i primi colpi di

pennello, venne inesorabilmente bocciata per le evidenti lacune profes-

sionali ed … artistiche da me evidenziate. Ahimé….

Lucio e Vittorio Puschiasis resero decorosa la facciata esterna, Adriano

Martina sʼincaricò della posa del pavimento nel salone dʼingresso, men-

tre Attilio Cargnielli rese funzionale lʼimpianto di riscaldamento ed il

comparto idraulico. Ermanno Colosetti, il cui pregio era intendersene un

poʼ di tutto, intervenne ovunque necessitava un aiuto, sistemando difetti

ed inconvenienti di vario genere.

Tutti i lavori pesarono sul bilancio del Fogolâr per il solo costo dei mate-

riali; anche la nuova caldaia del riscaldamento ci venne donata dai soci

fratelli Ferroli, di San Bonifacio.

Così, in un breve arco di tempo, dopo aver assunto forma legale, il

Fogolâr Furlan di Verona divenne qualcosa di tangibile e con una sede

propria. E che razza di sede, di tutto rispetto!

I lavori di ripristino si erano conclusi nei tempi previsti: la frequentazione

dei, locali divenne possibile dal giorno 21 dicembre 1979.

Ad opera ultimata ci sentimmo più vicini di prima al Friuli!

Avevamo fatto – rimaste inascoltate le richieste agli amministratori

locali – tutto “di bessôi”, anche noi da soli, proponendo così a Verona la

nostra solidarietà di Associazione e la possibilità di ricambiare la gene-

rosità veronese per il Friuli.

Ogni azione materiale venne condivisa sempre con slancio e compren-

sione dai vari componenti il Consiglio Direttivo: le Signore Bruna Brusini

Melotti, Marisa Macorigh, Ida Pecoraro, Maria Menini e poi i Signori

Paolino Muner Mario Toneatto, Bruno Marconi, Lorenzo Rosa Fauzza,

Roberto Deotto e tanti, altri che si succedettero davano con frequenti

brevi visite un valido incoraggiamento e senso di solidarietà a chi era

impegnato nel lavoro.

Sugli aspetti economici - assai modesti per molto tempo, ahimé - senti-

vamo il conforto di avere le spalle coperte dallʼingegner Renato Chivilò.

Da buon friulano, quando lʼopera programmata non aveva la totale

copertura, interveniva, a richiesta, con oculata parsimonia, anche per