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Nei soffitti di legno venivano praticati due tre fori (circa 2-3 centimetri di

diametro) attraverso i quali salivano le spire di calore, a rompere le

fredde temperature invernali. Quando arrivava la primavera, quei fori

venivano chiusi con dei tappi, pronti ad essere riaperti allʼapprossimarsi

dellʼinverno successivo.

Dopo la cena, che avveniva ad unʼora vespertina, tutti si sistemavano

attorno al ceppo posto sul fogolâr a bruciare, seduti sulle panche o sulle

sedie, tuttʼintorno.

Era su quelle panche che, in attesa di andarsi a coricare, ognuno si

confessava, lʼun con lʼaltro, favoriti e sospinti da quel calore che tende-

va a sciogliere, o quanto meno allentare, il ghiaccio che ci si portava, a

volte, dentro nel cuore.

Le bugie, grandi o piccole, i segreti giovanili, i sogni, i timori, le aspira-

zioni, le invidie, i primi amori, le miserie, i propositi per il futuro: tutto

veniva passato al setaccio.

Attorno a quel fuoco, il bicchiere di vino rosso (il tai di “Neri”) assumeva

un sapore ben più determinato: era più corposo, più saporito, più corro-

borante; che sgomberava lʼanimo dalle incertezze. Le pipate del più

vecchi si succedevano una dopo lʼaltra. Si allungava il braccio che

teneva una pagliuzza, la si accendeva al fuoco e con quella fiammella

si accendeva il tabacco. Era un gesto meccanico, ripetuto migliaia di

volte, automaticamente. Poi la spirale di fumo saliva e con esso buona

parte dei malumori.

Le donne filavano la lana, riparavano le calze con lʼuovo di legno, ripor-

tandole al giusto impiego, creavano maglie, sciarpe e guanti, mano-

vrando i ferri che galoppavano a memoria e col gomitolo che cadeva

inevitabilmente, a far felice e partecipe il gatto di casa, che usciva dal

suo pigro torpore, per giocherellare col gomitolo.

Ogni sera, dopo i fatti del giorno e i programmi per il giorno dopo, era il

più vecchio che attaccava con le storie. Filastrocche, proverbi, storie

improbabili di streghe e maghi, si succedevano inevitabilmente. Face-

vano banco le leggende e favole dalla provenienza incerta e dubbia.

Erano sempre le stesse, nella sostanza, ma non ci si stancava mai di

ascoltarle. A volte sembrava che qualcuno sonnecchiasse o fosse as-

sente, ma se il narratore si fermava un momento subito sʼalzava una

voce che chiedeva ansiosa: “e dopo?”!

E così il racconto continuava, con lʼaccompagnamento dei ferri da cal-

za, dello scoppiettio del legno allorché incalzato dalla mai sazia fiam-

ma e dal gorgoglio del “Rosso” che veniva versato dalla inesauribile

brocca del vino.

Quante testimonianze e ricordi di vita si porta dietro ogni fogolâr!

La bollitura dei pomodori per la preparazione delle conserve o della

frutta per le marmellate, con la loro apposizione negli eterni vasetti; la

bollitura della cenere del fuoco, precedentemente raccolta, per fare la

“Lissia” e poi il grande bucato.

Le feste per i compleanni, le feste con la cacciagione presa nelle partite

di caccia, col “Menérost” che girava lento e paziente e il sugo che scivo-

lava giù nei raccoglitori, per essere poi riversato sulle carni al fuoco.

E poi il lento borbottio dei fagioli in cottura nelle pentole a coccio, le

imprecazioni dei giocatori di carte per una mala parata e così via.

E poi, ancora, la gioia per un ritorno tanto atteso (gli emigranti…), la tri-

stezza per una partenza prolungata, il dolore per una perdita cara, i li-

tigi, le riappacificazioni, le celebrazioni di qualche evento; lo smaltimen-

to di qualche sbronza non sempre solenne, la gioia di un bimbo che ha

ricevuto un dono, il pianto di un altro bimbo in castigo, lʼansia per il rac-

colto che si delineava ormai vicino.

E poi, solennemente, si procedeva alla recita del rosario, ognuno con la

sua coroncina alla mano!

Per secoli queste sensazioni ed eventi si sono succeduti immutabili re-

stando nella memoria di chi si allontanava per il lavoro o perché emigra-

to o in guerra, alimentando la nostalgia e il rimpianto per la famiglia

lontana e quel fogolâr testimone di ogni evento.

E qualche lacrima si affacciava inevitabilmente dal fondo dellʼocchio, ai

ai più saldi animi, respinta con gesti bruschi, da una mano.

Quando si dice fogolâr si palesano tutti queste sensazioni che danno

calore allo spirito umano. Significa famiglia. Significa famiglia unita ed

affratellata. Significa solidarietà, volersi bene, essere un tuttʼuno.

Oggi molto di questo sʼè perso, inghiottito dallʼusura e dalla memoria

corta del tempo e dalla materialità dellʼAvere piuttosto che dallʼEssere.

Nelle famiglie ci si parla poco, non ci si confida più molto: si parla al

cellulare anche stando tutti nella stessa stanza.

I fogolâr friulani nel mondo, in Italia o allʼestero, tendono a riunire le per-

sone di ogni età, uomini e donne, a creare un luogo dʼincontro dove far

riaffiorare ideali, ricordi e memorie comuni.

Per i friulani, ma non solo per essi, il fogolâr é considerato una sorta di

ri-fugio dove far riaffiorare i ricordi nascosti nei cassetti della memoria.

Viva i Fogolâr e chi ci vive!

Ro. Ro.

Il fuoco va piano, piano, piano, diffondendo il suo calore. Sulle panche cʼè chi riposa su un soffice cuscino, al calore del ceppo,

chi, invece, guarda affascinata le bragi e le fiamme, chi ancora è impegnato in una partita a dama! Chi meglio di loro?