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Il Fogolâr si trovava, come detto, sempre allʼinterno della cucina o ap-

poggiato ad una parete o incassato in essa creando un vano sporgente

dal profilo perimetrico dellʼabitazione.

Come si vede dallʼimmagine nella pagina precedente, un fogolâr è com-

posto da una specie di ara, in pietra o mattoni, con sul davanti un vano,

con o senza cassettone, dove venivano riposti, ben stivati, la legna e/o i

“tutoli” (i “corondui”), residui della pannocchia, tolti i grani di mais e le

stoppie, che facevano una bella fiamma vivace, anche se breve.

Ai lati cʼerano quasi sempre due braceri, con una grata appoggiata

superiormente e apertura laterale; riempiti di braci, i braceri consentiva-

no di scaldare le pentole in coccio o altro a fuoco lento.

Al di sopra, sul piano dʼap-

poggio, si ergevano due ala-

ri, uniti superiormente ed in-

feriormente da due solidi

bracci metallici. Alla sommità

degli alari si notavano due

“gabbiette” dove si potevano

riporre contenitori che man-

tenevano una certa tempera-

tura o delle candele. Dai due

alari sporgevano anche al-

cuni bracci mobili, girevoli,

con allʼestremità dei ganci

per poterci appendere delle

pentole.

Sul piano, davanti agli alari

troneggiava il fuoco, sulle cui braci si poneva il “Cioc”, cioè un bel cep-

po secco che garantiva la continuità del fuoco e produceva un calore

continuo e costante.

Un vecchio adagio contadino recitava che: “

Un bon fûc e un bon muzûl

e chʼal nevèi po tant chʼal ûl

” (un buon fuoco e un buon “Cicchetto” e

lascia che nevichi quanto vuole)!

Il tutto era sovrastato da una cappa in legno, rettangolare o rotonda.

Esternamente ad essa correva un ripiano che ne seguiva il perimetro,

su cui venivano posti “Oggetti” di vario tipo: vasi, pipe, sveglie, piatti,

macina caffè, cavatappi, bottiglie di Grappa, vasetti vari, e così via.

Potevano anche essere riposte alle pareti esterne della cappa delle

rastrelliere per riporre i fucili da caccia.

Dallʼinterno della cappa pendeva una robusta catena di ferro, che ter-

minava con un gancio cui veniva appeso il paiolo per la polenta, di rame

o di ghisa. Fare la polenta, quasi sempre con la farina bianca, non era

unʼarte, ma quasi. Le cuoche più smaliziate facevano scendere la farina

lentamente da una mano, mentre con lʼaltra veniva rimestato lʼimpasto

con un cucchiaione di legno, inserendo qualche “Sbuffo” di burro, per

renderla più saporita. La polenta, quando veniva rovesciata sul grande

tagliere di legno, veniva “Segata” con uno spago e le singole fette

venivano riposte su piccoli taglieri rettangolari, posti a lato del piat-

to, per il loro consumo.

I bambini invece, godevano di un trattamento particolare. Ad un segnale

della cuoca si disponevano in fila, pur con spintoni vari provocati dal-

lʼimpazienza, con ognuno una scodellina vuota. Al richiamo della cuoca

tutti le si appropinquavano ed essa poneva, a turno, un paio di cuc-

chiaiate di polenta nelle scodelline.

Ma non era finita. Dopo qualche minuto la cuoca chiamava ancora i

bambini e questi se la godevano a recuperare dal paiolo, senza scottar-

si, le delizione crosticine di polenta abbrustolita, che si staccavano dal

paiolo. Una vera delizia, altro che i “Gourmet” moderni!

Ai lati del fogolâr correva una panca in legno, a muro, con due arma-

dietti di legno ai due angoli a muro. Si poteva abbassare anche uno

sportello per giocare a carte o a dama, o a scacchi.

Era su quelle panche, o sulle sedie davanti al fogolâr, che si sistema-

vano adulti e bambini per godere del calore delle fiamme, che tutti guar-

davano affascinati dal potere misterioso e dal fascino di quelle lame di

fuoco che salivano e scendevano, cambiando ogni istante la forma e

dimensione.

I più vecchi trovavano conforto nellʼusufruire di quel calore, gli altri adulti

si scioglievano scambiandosi sensazioni o fatti di recente accaduti; i più

piccoli restavano soggiogati da quelle fiamme e sovente si lasciavano

andare e schiacciavano un pisolino.

La cucina era ben calda e quel tepore serviva anche a riscaldare la

stanza posta sopra la cucina, quasi sempre adibita a camera da letto.

Tipico fogolâr friulano (villa di Panigai-PN), sporgente, con panca

di legno attorno.

Ecco raffigurato, nella sua pienezza, il fogolâr, secondo la visione di Gianni Ainardi. Tutti attorno al fuoco, in attesa

della polenta che si scalda sul fuoco. Chi parla, chi fuma, chi lavora a maglia mentre la nonna attizza il fuoco.

Anche il gatto di casa si gode il tepore. Sulle pareti, foto, cappelli, pentole, diplomi: la storia della famiglia!