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Un'iniziativa presa dal Fogolâr negli scorsi anni, può considerarsi, in
fondo, come un ritorno ad una delle tante radici della gente friulana.
Radici che affondano e si diramano in antiche vicende, simili a tante al-
tre, di cui, sotto tutte le latitudini, rimangono nella memoria collettiva po-
chi, sparsi e incerti elementi e questi, raccolti assieme e un po' edulco-
rati, divengono leggende e tradizioni; quando poi, arricchiti di personag-
gi fantastici e di ulteriori edulcorazioni, vengono riportati ai bambini, na-
scono le fiabe.
Non ha alcuna importanza definire a quale dei citati livelli di narrazione
si possa riportare il racconto, che vuole essere arrivati dalla Russia gli
antichi padri degli abitanti della Val di Resia (zona Alpi Giulie), ma, co-
me da premessa, qualcosa di vero ci deve essere, se non altro in con-
siderazione del linguaggio che vi si parla, del tutto estraneo, a detta
degli studiosi e deducibile anche "a orecchio", dal ceppo neolatino e da
quello germanico - certamente riportabile al filone slavo - tuttavia con
scarsi elementi in comune con il linguaggio parlato nella confinante e
geograficamente vicina Slovenia.
Questa tradizione viene rinverdita da Arturo Zardini, nella sua canzone
"
La roseane
", il quale, con la scusa di raccontarci del fortuito incontro
con una bella ragazza, originaria della Val di Resia, viene ad illustrarci
la singolare bellezza di quella valle, coi suoi paesi distesi sui prati, sotto
il Monte Canin, e le origini, lontane nel tempo e nello spazio, della sua
gente, che sarebbe arrivata lì dalla Russia.
Potrebbe sorgere il sospetto che il racconto dello Zardini si debba leg-
gere nel senso opposto, cioè ci parla della valle sviare per l'attenzione
dall'incontro, forse andato in modo un tantino diverso, poiché è troppo
accurata la descrizione della ragazza, che ci dice "bionda, sana e ben
fatta", indugiando sulla limitata lunghezza della gonna, il portamento e
la floridezza di lei; ma non è nostro intento, qui, indagare oltre e prestia-
mo volentieri fede alla sua dichiarazione che l'incontro si è limitato ai
normali convenevoli e a una stretta di mano, "cun rispiet".
L'iniziativa di cui si accennava in premessa e che coinvolse il Fogolâr,
si collega con la Russia, per via dell'esplosione nella centrale atomica
di Cernobyl, nel maggio del 1986, che causò la diffusione di una nube
radioattiva dall'Ucraina alla Russia, alla Bielorussia e all'intera Europa.
Nel 1993 era ancora viva l'ansia provocata dall'evento citato, allorché
comparve, su “L'Arena”, un trafiletto, che invitava ad un incontro orga-
nizzato da Legambiente Volontariato, per esaminare la possibilità di
ospitare alcuni bambini provenienti dalla città di Uneça (pron. Uniécia),
in Russia, nella regione di Bryànsk, particolarmente coinvolta negli ef-
fetti della radioattività, realtà di cui non si era parlato molto, essendo
l'attenzione di tutti puntata sull'Ucraina e la Bielorussia, con le quali tale
regione confinava.
Pur se di ridotte dimensioni, quel trafiletto richiamò l'attenzione di Maria-
rosa, per cui partecipammo all'incontro, nel corso del quale fu illustrata
la situazione di quella regione dell'URSS, particolarmente povera, nella
quale il reddito famigliare, all'epoca, non superava i 500 dollari annui.
La proposta era di accogliere nelle nostre famiglie, per quattro settima-
ne, quanti più fosse possibile bambini e bambine di quella città, met-
tendoli in grado, in quel pur breve periodo di soggiorno in ambiente non
contaminato dalle radiazioni e con possibilità di alimentarsi di cibi sani,
di poter recuperare oltre il 50% delle loro difese immunitarie, indebolite
dalle radiazioni, aumentando le loro probabilità di reagire alle malattie.
Oltre che al mantenimento, le famiglie si dovevano impegnare a soste-
nere il costo per i viaggi di andata e ritorno dei piccoli e per le coperture
assicurative obbligatorie, per un ammontare previsto di circa 1 milione
di Lire per ciascun bambino, che nel 1994 rappresentava una cifra
piuttosto impegnativa; ma fu una gara per poter ospitare un bambino o
una bambina e, il primo anno, riuscimmo ad ospitare
Vladimir
, prove-
niente da una famiglia, che chiamammo con il diminutivo Valodia (non
ci piaceva "Vovo", come, ci fece capire, lo chiamavano a casa).
Nel giugno di quell'anno, circa 120 bambini, in parte provenienti dal lo-
cale orfanotrofio e in parte da famiglie particolarmente povere, arrivaro-
no a Milano in aereo, poi, con autobus messi a disposizione dalla
SETAF statunitense, arrivarono a Verona. Apparivano spaesati, quasi
spaventati, nel vedere quanta gente li stesse aspettando, forse un po'
diffidenti verso il nuovo ambiente.
Nel nostro caso, tanto la prima volta che negli anni successivi, quell'at-
teggiamento durò solo per la prima settimana, nella quale non gli impo-
nemmo mai la nostra presenza, lasciando che rimanessero, se lo desi-
deravano, nella camera che gli avevamo destinato, liberi di guardarsi
intorno e di comportarsi secondo regole normalmente elastiche.
Il Presidente Muner consegna allʼaccompagnatrice Tamara lʼassegno per
lʼacquisto della lavatrice offerto dal Fogolâr
Lina e Ola, ai lati di Maria Rosa, in roulotte.
Campioni di tintarella o di bellezza? Mah, chi vincerà?
Sasha e Alosha, dopo il loro arrivo da Chernobyl indossano
pantaloni senza cintura e fatti con pezze diverse; saranno
rimessi in sesto dalla nuova mamma Maria e dal papà Giorgio.
, di Mariarosa e Giorgio Della Puppa
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