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Per lʼoccasione, lʼEnte Friuli nel mondo emise un piatto ricordo dipinto

con i classici fiori friulani in alto e al centro la foglia di acero, che è lʼem-

blema della bandiera canadese. Nello stesso anno fu approntato anche

dal nostro Fogolâr il primo piatto della serie che è attuale anche oggi.

Quella cerimonia diede inizio a scambi tra fogolârs. Ricordo che fa-

cemmo visita ai fogolars di Brescia, Mantova, Torino, mentre altri fogo-

lars vennero da noi .

Ricordo bene un giorno lʼincontro casuale al Fogolâr di Brescia a tavola

con un gruppetto di persone friulanissime. Incominciamo da me, nata in

Francia, le altre quattro persone erano nate rispettivamente in Germa-

nia, Olanda, Belgio, Argentina. Però ci sentivamo friulani al 100%.

Purtroppo noi non siamo stati capaci di trasmettere ai nostri figli quella

friulanità che i nostri genitori avevano trasmesso a noi. Ecco perché

adesso ci ritroviamo un Fogolâr di persone con una gerla piena di anni

sulla schiena. Festeggiamo dunque questi quarantʼanni in armonia.

A conclusione non si possono dimenticare i Simpatizzanti che vennero

ad iscriversi appena seppero dellʼapertura del Fogolâr.

Si trattava di valide persone reduci dellʼaiuto portato ai terremotati. An-

cora oggi, ringraziandoli, cito il sig. Brancaleoni soccorritore impavido.

Ci sarebbero poi molte altre persone che meriterebbero di essere nomi-

nate, per avere lavorato, pur non facendo parte del Direttivo per dare

aiuto al buon andamento delle pratiche dʼufficio.

Siamo arrivati ai giorni nostri, si è modernizzato anche il nostro Fogolâr.

Io lʼho descritto come lo ricordo dalla nascita ad oggi. Sicuramente avrò

tralasciato di raccontare molti fatti o persone meritevoli, non me ne vo-

gliano, non lʼho certamente fatto intenzionalmente.

Quarantʼanni sono tanti, spero comunque di essere stata esauriente.

Ecco in chiusura, mi sovvengo alcuni particolari che mi sono sfuggiti.

Ho scordato, ad esempio, una gita importante che facemmo a Voi-

tsberg e Grâz offerta dallʼing. Renato Chivilò per visitare una delle sue

fabbriche.

Allʼarrivo fummo accolti da una delegazione comunale con il Sindaco

della città, accompagnati da musica e coro. In albergo ci trattarono con

tutti i riguardi che si potrebbero avere per le persone importanti.

Il giorno dopo visitammo la fabbrica: era una vetreria che produceva fari

per automobili. La mia impressione, tutta personale, è stata di essere

allʼinferno. Uomini a torso nudo che fucinavano nelle fiamme per forgia-

re fari di vetture.Nota a latere: per chi usa lʼ automobile lʼultima sua pau-

ra è che si rompa il faro: si fa presto a cambiarlo…

Per un certo periodo abbiamo avuto degli scambi culturali con lʼunione

Sarda. Il Signor Solinas, sardo, esperto di storia Veronese, ci erudì sui

castellieri (ora rimangono solo pietre a segnare la loro passata esisten-

za) e delle battaglie avvenute in quel lontano passato.

Facemmo pure delle serate di poesia in lingua sarda e friulana, un paio

furono fatte al teatro parrocchiale di San Luca (purtroppo per me di

quellʼultima sera ho un ricordo tristissimo segnato da un grave lutto).

Il riconoscimento che mi fu dato lo ritirò per me la Signora Mary Dega-

no. A parte questo mio fatto personale, per il Fogolar fu un bel periodo.

E adesso parliamo di noi donne.

Arrivate allʼetà della pensione abbiamo incominciato a trovarci in sede

tutti i giovedì pomeriggio. Ci scambiavamo la nostra esperienza su

ricamo, cucito, lavori a maglia. Era bello ritrovarci fra noi donne. Passa-

vamo dei pomeriggi sereni, poi gli anni passano e passa anche la voglia

di fare.

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La Gerla

sulla schiena curva

pesa.

Di anni è piena.

Chiusi a guscio dʼuovo.

Non romperli.

Son pieni di voci gioiose

di disperati pianti

di dolore

di ore serene

di ore morte.

Posa la gerla

libera la schiena

raddrizzati.

Anche se tanti son passati.

Guarda il sole

splende!

Nilla Locatelli

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, di Danilo Poiana

Fino dai primi aliti di vita del Fogolâr, dopo aver trovato ed attrezzato la

sede associativa, uno dei “problemi” che turbavano Direttivo e Soci era

quello di trovare del… buon vino, da consumare negli incontri conviviali

ed in ambito famiglia.

Non è certo difficile trovare del buon vino in Friuli e così ben presto si

provvide al meglio. Per qualche tempo erano i Soci che se lo andavano

a prendere in unʼAzienda vinicola di Fanna dʼIsonzo (GO), poi a questo

produttore fu preferita la Vinicola di Casarsa della Delizia (PN) e, infine,

nellʼanno 1983 subentrò lʼAzienda vinicola “Ronchi San Giuseppe”, dei

fratelli Zorzettig, di Spessa di Cividale, che ancora oggi provvede a ri-

fornirci di buoni vini, della qualità e quantità richieste.

Naturalmente il vino arrivava a mezzo di un camion, in damigiane da 28

o 54 litri secondo le nostre esigenze, ma andava imbottigliato per poter-

lo consumare e cedere ai Soci. E dovevamo arrangiarci noi a farlo.

Ecco che a questo scopo uno dei primi Direttivi nominò un addetto ai

vini, meglio noto cone “LʼOSTE del FOGOLÂR”, secondo i maldicenti..

Attualmente lʼOste in questione sono IO. E sono un bravo oste!

Eccolo lʼOste, Danilo Poiana, nellʼesercizio delle sue funzioni,

quale depositario ( e… consumatario) del vino del Fogolâr

Eʼ un lavoro piacevole gestire la… “Partita doppia” dei vini! Ma, va det-

to, che richiede molte applicazioni e tanta fatica.

Arrivate le damigiane, bisogna scaricarle, poi imbottigliare il vino. Quin-

di, in precedenza, bisogna aver approvvigionato le bottiglie, averle la-

vate a modino (come dicono i toscani), tappare le bottiglie stesse e a-

verle messe a posto sugli appositi scaffali, nella picccola cantinetta.

A questo punto cominciano le telefonate. Ho bisogno di vino, vorrei 6

bottiglie di bianco. Cosa cʼè? Ma perché non avete preso anche que-

stʼaltro tipo? Ma quando arriva? Ma perché non prima?

Dire che alcune telefonate arrivano quando sei a casa, magari sotto la

doccia o stai mangiando, corrisponde a verità. E guai a ritardare!

Il lavoro di preparare le bottiglie è monotono, ma ravvivato dai due tre

amici che mi danno una mano. Ma succede che quando riempiamo le

bottiglie col buon nettare, a volte mi perdo.Tra i gorgoglii del liquido am-

brato o rubino che scende nelle bottiglie mi pare di sentire dei sussurri,

delle parole, come se il vino parlasse e raccontasse qualcosa.

Allora, qualche volte, capita che sono come in un sogno e perdo il con-

trollo del getto di vino e questo si sparge per terra.

Allora mi accorgo che non siamo in una fiaba e che le voci sottovoce

sono ispirate, con grande probabilità, da qualche sorso bevuto qua e là.

Non per il piacere di “trincare”, per lʼamor di Dio, ma solo per vedere se

il vino è sempre quello o ha cambiato gusto. Eh, sono io il responsabile.

Insomma è un lavoro faticoso, perché ogni carico porta decine di dami-

giane, ma dà la soddisfazione di vedere gli amici uscire contenti dalla

Sede con le loro bottiglie al seguito e so che saranno contenti.

Prosit a tutti, cari amici!

Danilo