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L’inno della Società Filologica friulana si conclude con l’elogio al Popolo
della Piccola Patria definito “…
salt, onest, lavorador
“. E potrebbe
anche bastare se, come accade per tutte le citazioni solenni, non vi fos-
sero piccole o grandi omissioni.
Nulla da eccepire sulle doti morali e sulla laboriosità riconosciute uni-
versalmente alle Genti del Friuli; il loro sudore e la concretezza hanno
lasciato segni tangibile a tutte le latitudini di questo mondo.
Forse, proprio per questo prevalere delle attività manuali, sono passate
in secondo piano o addirittura dimenticate alcune nobili figure distintesi
per il loro ingegno artistico. A questo proposito riteniamo meritevoli di un
breve ricordo quelle di due illustri compositori friulani di musica sacra e
canto liturgico: Giovanni Battista Candotti (1809-1876) e Jacopo Toma-
dini (1820-1883), cui è intitolato il prestigioso Conservatorio musicale
udinese.
Giovanni Battista Candotti
era nato a Codroipo; con l’aiuto economico
dell’arciprete di quella cittadina, poté essere ammesso in Seminario e
completare il ciclo di studi con l’ordinazione sacerdotale avvenuta nel
1834. Distintosi sempre per l’ottimo profitto, declinò l’invito del Vescovo
Lodi di dedicarsi all’insegnamento delle materie umanistiche nel Semi-
nario diocesano, accettando invece il ruolo di organista e di maestro di
cappella del Duomo di Cividale .
Era lo sbocco naturale
delle aspirazioni del Can-
dotti già attratto precoce-
mente dalla composizione
di musica sacra con risul-
tati eccellenti in virtù di
una straordinaria fantasia
mostrata già nelle sue
prime opere.
Tutte le biografie gli rico-
noscono “una scorrevole
vena melodica, freschis-
sima, facile, inesauribile”
che avrebbe potuto assi-
curargli una fama ancora
maggiore se non avesse
peccato - a detta dei critici
del tempo - di superficiali-
tà. Questo non gli impedì
di meritare numerosi rico-
noscimenti anche in cam-
po internazionale.
Alla sua morte venne compilato un elenco (incompleto!) di 519 opere,
che comprende - fra l’altro - 81 messe, 99 salmi. 34 inni e composizio-
ni liturgiche varie per sinfonie, sonate, marce, pastorali: tra quest’ultime
spicca per originalità
“La Berecchinissima“,
composta nel 1837 per or-
gano e
bugul
, strumento tipico del cividalese.
Il Candotti ha lasciato anche alcuni trattati sul canto e sulla musica da
chiesa nonché articoli sulla stessa materia apparsi su diverse riviste del
tempo, anche straniere. Morì a Cividale l’11 aprile 1876.
Tanti punti in comune con la vita del Candotti presenta la biografia di
Jacopo Tomadini
: nacque a Cividale da una modestissima famiglia, col
padre falegname impegnato anche come sacrista nella chiesa di S.
Giovanni in Xenodochio. Terminata la scuola comunale aiutò per qual-
che tempo il padre in bottega ma, essendo di costituzione delicata, si
mostrò subito inadatto a sopportare la fatica.
Venne notato per l’intelligenza vivace ed il contegno riservato da un sa-
cerdote del luogo che lo fece assumere come scrivano dell’ammi-
nistrazione del Capitolo; nel contempo il Maestro di Cappella del Duomo
G.B. Candotti venne incaricato d’impartirgli una rapida istruzione lettera-
ria. Dopo un solo anno, avendo mostrato inclinazione allo studio ed
eccellenti risultati, venne ammesso a frequentare il Seminario di Udine
divenendo sacerdote nel 1846.
Non volle mai allontanarsi dalla cittadina di Cividale a motivo di un
temperamento schivo e modesto ed anche per gratitudine verso il mae-
stro Candotti, sempre al suo fianco. Accettò invece di ricoprire vari inca-
richi amministrativi del locale Capitolo ed il ruolo di organista del Duomo
lasciatogli dal Candotti.
Questi a sua volta, avendo scoperto nell’allievo attitudini eccezionali di
compositore, forte della buona fama che aveva acquisito nel campo del-
la musica sacra, ne esaltò presto la superiorità ed il valore delle opere
che il Tomadini nel frattempo andava producendo con prestigiosi rico-
noscimenti meritati sia in Italia ed all’estero.
Schivo e modesto, declinò (da Chierico) la proposta ad Organista in No-
tre Dame a Parigi; poi di Maestro di Cappella in S.Marco a Venezia e,
ripetutamente, del Duomo di Milano. Di lui si conoscono oltre 300 opere
tra messe, inni, mossetti, salmi, canzoni devozionali, ecc.
L’accompagnamento prevalente è per organo, talvolta con arpa e archi;
mai con strumenti a fiato.
Visse modestamente componendo musica sacra sino a poche ore dalla
morte avvenuta a Cividale il 21 gennaio 1883.
La fama del Tomadini , oltre che per il valore delle sue opere, è connes-
sa al fatto di essere stato tra i precursori del ritorno della musica sacra
e del canto liturgico all’ormai dimenticata linearità delle melodie grego-
riane o alla solennità della polifonia del Palestrina.
Il Candotti, dopo un iniziale scetticismo, condivise pienamente la linea
dell’allievo sostenendolo ed esaltandone le qualità artistiche. A quel
tempo infatti era andato via via imponendosi un gusto melodrammatico,
rumoroso, popolarmente godibile, che traeva ispirazione dalla produzio-
ne operistica del tempo (Mercadante, Bellini, Donizetti, Rossini) con
motivi vivaci ed orecchiabili, ma di dubbio spirito liturgico.
Il Tomadini volle riportare la musica di chiesa quanto più aderente alla
semplice diatonia del canto gregoriano, a suo avviso, il più alto modello
ed il segreto dell’educazione musicale, senza rinunciare comunque alle
risorse che l’armonia e la scienza musicale possono offrire.
Escludeva o riduceva al minimo ghirigori sulla stessa nota, virtuosismi
degli esecutori, salti di note ed altri atteggiamenti d’ispirazione profana.
Entrambi, pur lusingati nell’amor proprio dalle tante proposte ad assu-
mere incarichi di maggior prestigio, non vollero mai abbandonare Civi-
dale mantenendo sempre un contegno di modesto rilievo.
Maliziosamente, a questo proposito, vien fatto domandarsi: se anziché
stare tutta una vita in un angolo di mondo come Cividale - bello, tran-
quillo, genuino, ecc. - i nostri geni l’avessero trascorsa a Vienna, Parigi,
Berlino, Roma o altro centro di potere, sarebbero ricordati come adesso
(prevalentemente in Friuli!) o diversamente? Mah!
Nella foto, il Palazzo sede del Conservatorio Musicale “J. Tomadini”
Di entrambi ricordo due brani classici inclusi nel repertorio della mia pri-
ma cantoria. Del Candotti il “Missus est “ che accompagnava - sino alla
fine degli scorsi anni ’50 - in quasi tutte le chiese del Friuli il rito della
novena di Natale.
Il Tomadini per l’ inno “Leggère o Signore son queste catene “, dedicato
ai martiri, cantato nella nostra chiesa nelle festività di S. Stefano e S.
Lorenzo.
Al termine del rito, questo canto poteva avere un seguito del tutto parti-
colare: nella tappa obbligata che i coristi facevano in osteria, qualcuno
dei soliti “ esperti “ trovava quasi sempre modo di puntualizzare qualche
imperfezione ravvisata nel corso dell’esecuzione. Senza attendere la
successiva sagra, si ripeteva allora il canto almeno un paio di volte per
correggere l’errore o limare subito le imperfezioni. Seguivano sempre
altri canti…… d’autori ignoti o di tutt’altra levatura.
Con buona pace del Candotti e del Tomadini.
R. Como
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ô
s dal Fogolâr___________________________
GIAN BATTISTA CANDOTTI e JACOPO TOMADINI,
geni della musica sacra e del canto liturgico
,
di Romeo Como




