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Siamo impegnatissimi a seguire le mode, con gli straordinari

mezzi messici a disposizione dal progresso inarrestabile della

tecnologia: cellulari, tablet, televisori, ecc, ecc., venendo - ora

dopo ora - minacciati dai 1.000 e 1.000 messaggi che ci spie-

gano senza pietà, verso nulla e nessuno, come ci dobbiamo ve-

stire, come svestire, cosa dobbiamo mangiare, cosa bere, co-

me curarci, come passare il tempo libero, come addormentarci,

come svegliarsi e quando fare “Pipì”.

In altre parole, insomma, siamo “invitati” a lasciarci andare e a

non pensare: dobbiamo solo obbedienza, cieca e assoluta!

Meglio, a lasciarci guidare. Condizionati con arte e mestiere,

non ci resta che adagiarci comodamente e seguire le modalità

che questo nostro tempo irrequieto e insidioso ci impone.

E’ un lento e tranquillo navigare, come stando sopra una barca

che - in tempo di secca - se ne va cullata dall’Adige.

Tuttavia, come ben si sa, succede che a volte cambia il tempo e

cade una pioggia eccezionale e allora l’Adige esonda con tutta

la barca e tutti i relativi pacifici passeggeri. Ecco, quindi, che so-

spinti da questo inaspettato cambiamento ci guardiamo attorno

e finalmente ricominciamo a pensare.

Ma come: il Mar Mediterraneo - per secoli culla di civiltà - è di-

ventato una tomba per migliaia di persone, compresi donne e

bambini, che fuggono dai loro Paesi in guerra, dove è diventato

impossibile vivere.

Nelle stive di barconi, vere carrette del mare, che non sempre

riescono ad attraccare sulle nostre coste, si scoprono decine di

corpi di disperati, morti soffocati, mentre cercavano salvezza

nella nostra Italia, fuggendo dalle guerra e dalle torture in atto

nei loro Paesi.

Lungo i binari della Serbia non si vedono sfrecciare i treni, ma

interminabili processioni di persone, compresi tanti bambini che

viaggiano anche da soli e che camminano per giorni e giorni,

alla ricerca di un Paese ospitale, che permetta loro di vivere

umanamente, come nel loro Paese d’origine, purtroppo, non era

più possibile fare

.

Nei campi di pomodori e nelle vigne del nostro Sud, tanti dispe-

rati, braccianti sfruttati al massimo - governati dai cosiddetti “Ca-

porali” - muoiono per la fatica, pagati 2-3 euro l’ora. Sì, anche

questo avviene nella nostra Italia.

Ecco allora che, sceso dalla barca, mentre vaghi senza meta

sommerso da queste notizie drammatiche, viene spontaneo il

chiederti: ma io faccio parte di questa società?

Come mai, forse mentre mi adattavo al “tran tran” quotidiano,

circondato dalle consuete comodità avevo smesso di farmi le

domande radicali.? Avevo perso il senso della vita?

Mi mancava l’intuizione delle intuizioni: chi sono?

Ovvero la capacità di giungere a percepire se stessi: io esisto,

con tutta l’esaltazione e la drammaticità che questa scoperta

comporta. La presa di coscienza di queste immani tragedie mi

fa tornare in mente il classico romanzo: “

Per chi suona la cam-

pana

”, di Ernest Hemingway. Nella prefazione del libro appare

questa introduzione: “

Nessun uomo è un’

Isola

,

intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo

del

Continente

, una parte della

Terra

.

Se una

Zolla

viene portata via dall’onda del

Mare

, il mondo ne è diminuito, come se un

Promontorio

fosse stato al suo posto, o una

Magione

amica, o la tua stessa

Casa

.

Ogni morte di un uomo mi diminuisce, perché

io partecipo all’Umanità.

E così non mandare mai a chiedere per chi

suona la campana:

Essa suona sempre an-

che per Te!

(John Donne (1573-1651)

La Campana suona per l’Umanità, quindi anche per te..

Ed ecco, in questa nostra realtà, con delle immagini che ti

lasciano attonito, senza parole, non possiamo essere sor-

di alle tante campane che suonano a morte in Italia

C’è il rischio concreto che alla domanda: chi siamo, si

debba rispondere: siamo senza umanità?

________________________________________________________________________________________________________________________________La V

ô

s dal Fogolâr_______________________________

Chi siamo in verità?

, di Gianni Del Fabbro