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Il prezzo era proibitivo: nel 1984 costava l’equivalente di 8.000 euro,
contro i 2.5 di un bottiglione di grappa tradizionale. Nell’anno 2000 una
bottiglietta di vetro soffiato da 250 ml. venne battuta all’asta da Christie’
a Londra con una valutazione di circa 2.200 euri!
Le prime modeste esportazioni iniziarono nella seconda metà degli anni
Settanta. Gli italiani scoprirono, col benessere che si affermava giorno
dopo giorno, l’emozione del piacere della buona tavola e di un buon
“cicchetto”: e fu così che il tutto divenne cultura.
Per dare maggiore visibilità al prodotto e una considerazione maggiore
vennero istituiti due premi: Il “
Risit d’Aur
” ed il “
Premio Nonino di Let-
teratura
”; il primo fu istituito nel 1975 al fine di salvare vitigni antichi
friulani in via di estinzione, il secondo - nel 1977 - da assegnare a scrit-
tori particolarmente distintisi per qualche pubblicazione.
Ma non era finita.
Nel 1984, la Nonino distilla per la prima volta non solo le vinacce ma l’u-
va intera: gambo, buccia e contenuto tutto assieme, creando l’”
Ac-
quavite Uè
”. Il tutto venne ottenuto chiedendo la necessaria autorizza-
zione (Ministeri della Sanità, Commercio e Agricoltura) a distillare l’uva
intera, che fino a quel momento era proibito fare. Nacque così un pro-
dotto speciale. Era un’altra scommessa con le leggi vigenti, che vieta-
vano la distillazione dell’uva com’era. Ma tuuto secondo le regole.
Fu mentre si attendevano le autorizzazioni che Benito sperimentò un
nuovo tipo di alambicco ad hoc e Giannola selezionava l’uva.
L’autorizzazione dei Ministeri competenti arrivò in extremis, quando
l’uva già fermentava, le bottiglie erano pronte e tutto sembrava precipi-
tare. Oggi, dopo 40 anni dall’ingresso della signora Giannola in azienda
i numeri parlano chiaro senza bisogno di commenti: 15 milioni di fattura-
to l’anno, 30 collaboratori, 42 ambicchi disponibili e ben 700.000 litri di
prodotti ottenuti, che vengono in buona parte esportata in 60 Paesi, an-
che in Cina. I più grandi estimatori, all’estero, sono i tedeschi.
Non resta che fare i complimenti alla bella famiglia Nonino per il corag-
gio, l’intraprendenza, l’intuito e la grande professionalità messi in cam-
po, che hanno fatto lievitare ed affermare dei prodotti eccellenti..
Come tutti ben sanno, a questo mondo e nel nostro Paese, sono infiniti
i luoghi di raccolta ed esposizioni di prodotti, oggetti in natura e da la-
vorazione. Ce n’è per tutti i gusti.
Nella cittadina di Maniago, in quel di
Pordenone, esistono (e le visitammo
un paio d’anni fa) molte aziende pro-
duttrici di coltelli e dintorni. Lame di
tutte le forme e tutti i tipi idonee ad
ogni uso che si possa immaginare.
Ed esiste quindi un bel museo che
raccoglie e mette in mostra tanti pro-
dotti usciti dalle mani degli artigiani e
usate per secoli in svariate funzioni.
Ancune che persistono tutt’oggi, altre
cadute in disuso.
E’ un grande piacere visitare quei
musei dove si possono trovare gli at-
trezzi più strani, che per essere com-
presi richiedono studi ed attenzioni.
Oltre ad una grande immaginazione.
Qui sopra, ecco - però - una forbice milleusi, adatta a tanti lavoretti.
A proposito di forbici, può essere utile sapere che presso il “Museo
dell’arte fabbrile e delle Coltellerie” di Maniago è stata aperta una curio-
sa mostra denominata: “l’altra metà della lama”: forbici di tutti i tipo, di
tutte le dimensione
e per tutti gli usi.
Qui a fianco viene
proposta una parti-
colare forbice vista
su un banco di pic-
colo antiquariato,
alla manifestazione
Veronafil, svolta in
Fiera lo scorso no-
vembre.
A cosa, diavolo,
poteva servire?
Ho provato a chie-
dere lumi ad un
mio amico che si chiama Nello (per gli amici) e che per tanti anni gestì
un salone da barbiere. Risultato: nebbia! E fitta anche per Lui.
Qualcuno del Fogolâr saprebbe dire qualcosa in merito? Grazie.
Ro. Ro.
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La Vos dal Fogolâr____________________________________________________________________________________________________________________
LE FORBICI FANNO MUSEO




