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Da sempre, fin da quando Venezia era un insieme di casupole di legno
col tetto di paglia, la barca era l’elemento chiave da cui dipendevano la
sopravvivenza, le comunicazioni e la ricchezza degli abitanti. E, grazie
alla barca la via del commercio si delineò subito come l’elemento carat-
terizzante la società lagunare, sorta su isolotti in cui non poteva trovare
sviluppo un’economia agricola, cosicché le barche furono via via modifi-
cate in base alle esigenze imposte dai canali tortuosi e dai bassi fondali.
L’assenza della chiglia e del timone permetteva alle barche a fondo piat-
to di muoversi con agilità usando un solo remo che il barcaiolo mano-
vrava con perizia, restando in piedi.
La progressiva ascesa di Venezia e la conquista di una posizione di as-
soluta preminenza quale primaria Repubblica Marinara furono stretta-
mente legate alle sue imbarcazioni che per secoli vennero costruite in
grande quantità all’Arsenale. Era questo un luogo molto vasto e che
da,va lavoro a migliaia di operai (ben 16.000 secondo alcuni testi).
L’operosità e l’attività all’interno dell’Arsenale dovevano essere sicura-
mente eccezionali, tanto che persino Dante nei suoi viaggi a Venezia ne
restò fortemente colpito. “
Quale ne l’arzanà de’ viniziani bolle l’inverno
la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani
” .
Non era solo l’Arsenale il luogo in cui si costruivano barche; sparsi per
la città e le isole lagunari sorsero nel corso del tempo gli “squeri”: piccoli
cantieri ove si susseguirono generazioni di “maestri d’ascia” che tra-
mandavano da padre in figlio tutti i segreti della lavorazione dei legni,
della brillantezza dei colori, degli intagli lavorativi. A Venezia tutti i lavori
artigianali erano eseguiti con cura e professionalità, garantiti dalla pre-
senza delle “Scuole di arti e mestieri” e quella degli “Squeraroli”, presso
le quali attorno al 1700 operavano ben 70 capomastri e 45 vice-capo-
mastri (oggi sono rimasti in attività solo due “squeri” e gli squeraroli si
sono ridotti a poche famiglie, considerate ormai mitiche anche dagli
stessi veneziani).
E il fiore all’occhiello dello squero è, da sempre, la gondola: splendida
antichissima imbarcazione, costruita con 8 tipi di legno: larice, abete,
olmo, ciliegio, rovere, noce, tiglio, cedro, tutti invecchiati, modellati, ar-
cuati con un sistema di lavoro che richiede accuratissime conoscenze e
grande perizia.
Questa barca “a mezza luna” poggia sull’acqua con una minima parte
del suo scafo per diminuire l’attrito; inclinata sul fianco destro rispetto al
pelo dell’acqua viene mantenuta in equilibrio dal remo sulla forcola e dal
gondoliere che, dalla parte opposta, si muove con incredibile agilità.
La gondola era presente nelle feste più importanti, nelle solenni proces-
sioni, nei fastosi cortei, nelle regate e nei banchetti.
Regalare una barca era gesto e dono eccezionale riservato ai regnanti
d’Europa. Ogni famiglia nobile ne possedeva una con il gondoliere che
vestiva di velluto nei ricercatissimi costumi di strabiliante eleganza. In
gondola andavano tutti, ricchi e poveri, nobili e cortigiane; era il luogo in
cui nascevano e morivano gli amori e dove l’incontro era allietato da
serenate e violini. Questa stessa imbarcazione, agghindata da strascichi
e tappeti serviva per le nozze; lugubre e nera diventava la triste visione
dell’ultimo viaggio.
Ma senza le gondole non ci sarebbe Venezia. Il trasporto delle merci e
cose è affidato esclusivamente ad esse. Ed ecco una pur rapida carrel-
lata dei nomi delle gondole: il “
sandalo
” usato per il trasporto merci, la
“
mascherata
” (molto leggera) per la famosa regata della donne; il “
gon-
dolino
” barca velocissima lunga dieci metri, difficile da manovrare, usa-
ta esclusivamente per la regata storica; la “
sanpierota
” per grossi cari-
chi; la “
carolina
” adibita a trasporto di ortaggi; la “
peata
“ barca di grandi
dimensioni usata per trasporti eccezionali.
Ed essendoci a Venezia tante barche e tanti vogatori era logico che na-
scessero delle competizioni, chiamate regate, le quali nel corso della
storia si intensificano come numero e come scenografia. Regate in ono-
re di nozze, di ambasciatori, nelle feste religiose e civili, regate di uomini
e di donne; ed ai regatanti erano riservati doni, denaro ed onori.
Recente è invece la “vogalonga” , ma già molto conosciuta ed amata,
che è diventata un vero avvenimento a cui partecipa un numero incredi-
bile di imbarcazioni e verso cui l’interesse mondiale aumenta ogni anno.
Ma guidare queste barche non è facile come sembra. Tutte le parti del
corpo devono essere coordinate e bilanciate e la tensione della fase di
spinta si alterna a minimi rilassamenti per preparare lo sforzo della nuo-
va regata. Il movimento deve essere sempre omogeneo, dolce, continuo
e non deve mai contrastare la corsa della barca, che deve “scivolare”
leggera sull’acqua.
Ci sono istruttori bravissimi e instancabili nell’impostare i giovani vogato-
ri nelle tipiche posizioni dei piedi, delle spalle, la flessione del busto,
l’impugnatura del remo, l’apertura delle gambe: tutte posizioni obbligate
ed assolutamente importanti. Oltre a ciò è necessaria la conoscenza del
movimento dell’acqua, delle onde, delle maree e del vento.
Al ritorno la barca viene accuratamente lavata, ripulita, ingrassata. Ogni
segno, ogni striscio verranno stuccati in modo da raggiungere e mante-
nere la massima levigatura e omogeneità. E cosi i giovani imparano a
fare e ad amare la barca, ad avere per essa grande rispetto ed atten-
zione.
“
Barca xe casa
” si diceva un tempo e l’espressione popolare ci confon-
de nella sua semplice e disarmante verità. Gian Pietro Piccoli
_______________________________________________________________________________________________________________________________La V
ô
s dal Fogolâr_______________________________
A Venessia la gondola xe de casa
, di Gian Piero Piccoli




